Incontro con gli operatori pastorali

Il Natale continua a narrare la storia di un Dio “in uscita”, di un Dio che è venuto, verrà e viene, qui ed ora, perché ama calarsi dentro la storia, farsi vicino, stare noi. Non a caso questo è il suo nome: “Io sarò con Te”, l’Emmanuele. E’ bello che anche per noi la festa del Natale sia occasione per incontrarci, per ‘farci vicini’, per stare insieme. Lo stile di Dio non può non essere anche il nostro stile! In fondo Cristo è venuto ad estendere su di noi la modalità di esistenza della Trinità che è comunione, relazione. Il Natale dice ancora che siamo figli nel Figlio di Dio e quindi che siamo stati generati in una relazione, in una comunione che è eterna.
Il ritrovarci tutti insieme, con il Consiglio Pastorale e le persone che vivono la corresponsabilità nella comunità, è motivo per dirvi un grande grazie per la squisita accoglienza, per la collaborativa disponibilità, per la testimonianza di una fede che si fa servizio. Qui ho trovato un fratello maggiore in don Gabriele, un padre in don Gianni Anelli, un fratello minore in Francesco. Anche se l’ascolto non sempre è il mio forte, sto cercando, grazie al loro aiuto, di conoscere, di imparare, di amare questa nostra comunità. Ringrazio davvero di cuore don Gabriele che, contrariamente a me, c’è sempre in parrocchia, pronto ad accogliere, ascoltare, consigliare; ringrazio anche don Gianni che con la sua presenza in confessionale mi invita ad essere ministro della misericordia di Dio; ringrazio Francesco, ancora giovanissimo, che con la prossima ordinazione diaconale mi ricorda, e ricorda a tutta la comunità, come dobbiamo edificare, secondo una bella espressione di don Tonino Bello, la chiesa del grembiule. E un grazie sincero a tutti voi che date concretezza alla bellezza del corpo di Cristo che è la Chiesa, con la ricchezza dei carismi che volentieri cercate di mettere a servizio gli uni e degli altri.
La Veglia che abbiamo vissuto insieme all’inizio dell’Avvento è stato davvero un bel momento dove abbiamo potuto apprezzare la bellezza della Chiesa fatta di membra così diverse che pure formano l’unico corpo.
Oltre al grazie sento il bisogno di dirvi che sono contento di stare in mezzo a voi. Ho avuto modo di apprezzare fin dall’inizio la vostra vivacità e partecipazione e mi piacerebbe continuare a camminare con voi sulla stessa strada. La comunione è ciò che permette la missione. Non dobbiamo infatti edificare una chiesa autoreferenziale ma una Chiesa in missione, come il Vescovo Carlo ci ha indicato nella sua lettera pastorale all’inizio dell’anno.
D’altronde la festa del Natale, la nascita di Gesù, porta con sè una forte dimensione di «uscita». Giuseppe e Maria vanno dalla Galilea fino a Betlemme, i pastori lasciano il gregge per andare a vedere il «segno» del Bambino posto nella mangiatoia, i Magi si muovono addirittura dall’Oriente per andare verso la Giudea…Se si vuole incontrare Gesù bisogna mettersi in movimento, bisogna uscire, accettando il rischio dell’incontro. E’ evidente che, se la conversione avviene per ‘attrazione’ e non per costrizione, occorre che il mondo veda tutta la bellezza e l’armonia di questo corpo. Questa è la sfida che ci attende, una sfida che chiede di mettere in campo la nostra capacità di sognare e di sintonizzare i propri sogni con quelli di Dio. Insieme faremo discernimento, cercando di conoscere la gente e il nostro tempo e di individuare il cammino che lo Spirito oggi ci indica.
C’è allora bisogno, come spesso ricorda il papa citando il profeta Gioele, che gli anziani sognino e i giovani abbiano visioni. Dobbiamo sognare una chiesa giovane. Nella lettera indirizzata ai giovani “CHRISTUS VIVIT” papa Francesco invita la Chiesa ad esprimere la propria giovinezza e a non invecchiare.

Egli scrive: “Essere giovani, più che un’età, è uno stato del cuore. Quindi, un’istituzione antica come la Chiesa può rinnovarsi e tornare ad essere giovane in diverse fasi della sua lunghissima storia. In realtà, nei suoi momenti più tragici, sente la chiamata a tornare all’essenziale del primo amore” (34).
La preoccupazione del papa è in fondo anche la nostra preoccupazione: le nostre comunità stanno invecchiando, è però interessante la proposta di utilizzare la categoria ‘giovane’ come chiave di lettura per ripensare l’essere Chiesa oggi.
Al n. 13 della lettera si dice: “Ciò che invecchia è ciò che ci separa dagli altri” (13). In pratica viene detto che questa separatezza è alla radice di ciò che fa invecchiare la Chiesa. Per cui essere una Chiesa ‘vecchia’, secondo l’esortazione, vuol dire non avere occhi in grado di aprirsi ad ampi orizzonti, non maturare grandi sogni, non dare spazio all’audacia e al coraggio, non avere la capacità di ripensarsi, di ricominciare e di rialzarsi di fronte agli errori e alle cadute…
“[La Chiesa] È giovane quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno. È giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte” (35).
La possibilità per la Chiesa di essere significativa per i giovani e non solo, allora non sta tanto nel costruire progetti, piani e strategie di annuncio, nell’usare un approccio più morbido e liquido, nel farsi un lifting che copra le rughe. La Chiesa è giovane quando è se stessa, quando è fedele a Cristo e non separata dalla realtà, dalle persone, dalla vita.
“Bisogna che la Chiesa non sia troppo concentrata su sé stessa, ma che rifletta soprattutto Gesù Cristo. Questo comporta che riconosca con umiltà che alcune cose concrete devono cambiare, e a tale scopo ha anche bisogno di raccogliere la visione e persino le critiche dei giovani” (39).
Occorre essere sempre di più una realtà aperta! La vecchiaia nasce dalla chiusura. Essere aperti vuol dire avere fiducia in sé e negli altri, essere disposti ad abitare l’incertezza, non pretendere di avere tutto sotto controllo. È quel principio per cui oggi siamo chiamati ad attivare processi più che ad occupare spazi.
A tal proposito papa Francesco ci raccomanda uno strumento per rinnovare e ringiovanire la Chiesa: la sinodalità (203ss), concretizzazione della comunione, che consiste nell’imparare a “camminare insieme”, non mortificando ma valorizzando i carismi che lo Spirito dona a ciascuno e attivando processi di partecipazione e corresponsabilità. Nessuno deve essere messo o potersi mettere in disparte.
Mi è capitato di leggere un aneddoto interessante. Racconta il prof. Carletti: “Il giorno di Natale ero in auto con mia moglie e le feci notare come in un recinto un cavallo e una capretta giocavano insieme oramai da un mese. Lei mi rispose in modo semplice: “Certo, sono cresciuti insieme”. Il mondo animale ci mostra cosa vuol dire crescere insieme, saper esprimere comuni modelli comportamentali, comprendersi in profondità, poter esercitare una corresponsabilità effettiva. E’ molto di più che ‘fare le cose insieme’, quello che si tende a fare oggi ma non modifica i paradigmi interiori! Crescere insieme è diverso, vuol dire avere lo stesso odore, sentire allo stesso modo. Credo che questo sia un tema decisivo. Quello del formarsi insieme, con-formarsi! Non conformarsi al clero e nemmeno al laicato, ma conformarci insieme a Cristo, ‘odorare’ di Lui.
E’ importante allora non fare un programma (elenco degli incontri e delle iniziative settimanali e mensili, i contenuti, le attività e i tempi di svolgimento) ma un progetto che esprima prima di tutto una visione. Ciò che attrae e che crea partecipazione, identificazione e coinvolgimento, non è tanto quello che facciamo, ma quello in cui crediamo! Un esempio: è diverso ragionare a partire da una visione in cui ‘cristiani si nasce’ rispetto ad una in cui ‘cristiani si diventa’; da una in cui l’annuncio passa ‘per convinzione’ rispetto ad una in cui avviene ‘per attrazione’. Questo non vuol dire che una visione è sbagliata e una è giusta in assoluto, ma che una risulta opportuna e l’altra no per il tempo e il luogo in cui si vive.
“Una visione quindi esprime un pensiero sulla Chiesa, sull’uomo e su questo in relazione a Dio, pensando all’oggi, a partire da un discernimento personale e comunitario. Altrimenti si continuerà ad assistere ad un fallimentare mettere in atto adattamenti, aggiustamenti ai programmi (spostare ordine e tempi dei sacramenti, contenuti, tempi e metodi) senza aver compreso che per prima cosa siamo chiamati oggi ad un cambio di paradigma!” (Carletti)
Si tratta di mettersi in ascolto dello Spirito di Dio nel mondo e della realtà concreta, del Popolo di Dio. Mi piace citare una pagina del libro di Timothy Radcliffe dal titolo “Una verità che disturba”. L’ultimo capitolo si intitola “Dare disposizione per la nostra casa…e seminare un po’ di disordine” e si legge: “ E certamente questo è un tempo di morte e risurrezione per la Chiesa. Come è già accaduto molte volte, il corpo di Cristo sta morendo a un determinato modo di essere Ciesa, per rinascere e rinnovarsi. Ma di quale tipo di nuovo ordine abbiamo bisogno affinchè questa morte-e-rinascita si compia? Paradossalmente, secondo papa Francesco, ci serve più disordine. Egli dice spesso: Quiero lio”, mi piace il casino. Ai giovani del Paraguay ha raccomandato: “Fate chiasso, ma aiutate anche a gestire e organizzare il chiasso che fate. Fate chiasso e organizzatelo bene! Un chiasso che ci dia un cuore libero, un chiasso ch ci dia solidarietà, un chiasso che ci dia speranza” (Incontro con i giovani Asuncion (Paraguay 12/07/2015).
Ecco quanto avevo in cuore di dirvi: continuiamo il cammino ma nello stesso tempo facciamo un discernimento comunitario perché viviamo non in un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca e la Chiesa se vuole vivere ancora in occidente deve farsi attenta alla gente di oggi e non di ieri e ai suggerimenti dello Spirito. Il fine, come ci siamo spesso ripetuti in questo tempo di Avvento e di ‘uscire’ per indicare ai fratelli e alle sorelle l’Albero della Vita che ormai è piantato nella piazza delle nostre città, per fare comunione, per diventare più umani, per tornare ad apprezzare ed amare il dono grande e meraviglioso della vita. E’ questo anche il segno che abbiamo pensato di consegnarvi: una rappresentazione un po’ ‘naif’ del nostro quartiere, con vicino alla Chiesa l’Albero sempre verde, segno di quel Gesù che viene a donarci la vita indistruttibile e a comunicarci la forza di far vivere. Buon Natale.