Almeno a una rondine
Non lasciare questa terra
senza avere raccontato
almeno a una rondine
ciò che hai sognato di essere,
icona del più bello tra i figli dell’uomo
in mite umile rigorosa dolcezza.
Sogno mille volte tradito
mille volte risuscitato.
(Giancarlo Bruni)
Con gennaio inizia un nuovo anno. E’ il mese che chiama a “ricominciare”. Ogni
tempo che inizia porta con sé la fatica di storie complesse, ma anche la possibilità di
riempirlo di novità. Occorre mettere in gioco l’entusiasmo e il coraggio, certi che, dopo
la freddezza dell’inverno arriva il tepore della primavera, dopo il tramonto ci sarà
l’albeggiare, dopo il dolore della croce verrà la gioia della resurrezione.
A volte nei ‘ricominciamenti’ però c’è bisogno di qualcuno che accompagna, qualcuno
dalle parole che scaldano il cuore, con i piedi sulla strada della vita e lo sguardo
orientato sul bello che germoglia, perché le “brutture” non cancellino la speranza.
Con alcuni abbiamo vissuto dei giorni di spiritualità ad Assisi, organizzati da Caritas
Italiana, insieme a don Luigi Verdi, punto di riferimento per tanta gente che vuole
‘ricominciare’. Sulla copertina di un suo prezioso libretto, “Bambini e Innamorati ci
salveranno” (ed. Romena), c’è scritto: “Sono giorni in cui capisci che sono la bellezza,
la semplicità e la fragilità che ci aprono al futuro. Giorni in cui capisci che è questo,
proprio questo, il modo nuovo per respirare in questo mondo”.
Davvero è necessario tappare le orecchie di fronte alle lamentele e alle critiche
distruttive dei soliti “adoratori della morte”, per aprire gli occhi sulla bellezza che
spesso si nasconde nei dettagli e nei frammenti, come ilsorriso di un bimbo o le carezze
di due innamorati.
E’ poi il recupero della semplicità: siamo diventati un po’ troppo complicati, mentre i
grandi misteri, come quello di Dio, della vita e della morte, sono semplici. A volte
siamo insoddisfatti e tristi perché non ci facciamo bastare l’amore, che pure la vita ci
riserva. Quanti doni immeritati riceviamo continuamente?!
Infine è importante abbracciare, non respingere o nascondere, le fragilità, che tutti
sperimentiamo. Fanno pensare le parole di don Luigi: “Non sopporto il volontariato:
troppo generoso, troppi bravini. Il massimo dell’amore è un’altra cosa: delicatezza,
rispetto, perché a volte una mano sulla spalla per una persona è troppo, ed è
necessaria una carezza. Ciò che ci insegnerà l’accoglienza non sarà l’efficienza dei
progetti, ma la memoria delle nostre ferite, altrimenti continueremo ad avere dei
poveri e non dei compagni di viaggio, continueremo a dividere tra ospitati e ospitali”.
Ed allora ricominciamo per portare avanti la vita, mai frenarla, eliminando ogni
rigidità, mettendo insieme dolcezza e fermezza. “E per fare questo occorre tornare ad
essere “innamorati da morire” della vita, della gente, del creato. Occorre tornare a
benedire, ‘dire bene’ di tutto e di tutti.
Dice don Luigi che bisogna benedire i piedi perché è importante camminare finché si
campa. Se si smette di camminare ci stanca e si muore. Benedire le mani perché si
posino con delicatezza sulle cose e tocchino in modo carezzevole i tanti crocifissi che
la strada ci fa incontrare. Benedire gli occhi perché siano sempre sintonizzati con lo
sguardo compassionevole di Dio. E benedire il cuore perché generi l’energia buona
dell’amore che porta ad assicurare l’essenziale ad ogni donna e ad ogni uomo: un pezzo
di pane, un po’ d’affetto e un posto dove sentirsi a casa. Solo così non si vive invano,
come dice una stupenda poesia di Emily Dickinson:
“Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano,
se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano