Sembra paradossale parlare di speranza nel giorno della Commemorazione dei Defunti. Conosciamo bene il dolore che proviamo nei momenti che somigliano a piccole “anticipazioni” della morte: la fine di un amore, un tradimento, la perdita del lavoro, la malattia di una persona cara. Eppure, se ci riflettiamo, queste piccole e grandi “morti” che sperimentiamo nella vita non sono altro che porte che si spalancano su qualcosa di più grande. È qui che rinasce la speranza.
Molti oggi dicono che la speranza sia la grande dimenticata. Forse abbiamo spesso enfatizzato le verità della fede e l’importanza della carità, lasciando nell’ombra la virtù che ci permette di guardare al tempo che passa con la certezza che, la storia dell’umanità e quella di ciascuno di noi, non corrono verso un punto cieco o un baratro oscuro, ma sono orientati all’incontro con il Signore della gloria.
Tertulliano, Padre della Chiesa dei primi secoli, scriveva: “La speranza cristiana è la risurrezione dei morti; tutto ciò che noi siamo, lo siamo in quanto crediamo nella risurrezione”. Sì, noi crediamo che non ci attenda la fine di tutto, ma un banchetto eterno a cui sono invitati tutti i popoli, nessuno escluso. Crediamo che la storia personale, comunitaria e cosmica, si concluderà con una festa senza fine!
Nelle parole del profeta Isaia risuona la promessa: Dio “eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto” ( Cfr Is 25,6a.7-9). Il compimento è avvenuto in Cristo Gesù che, sulla croce, ha sconfitto l’ultimo e più terribile nemico: la morte. È chiaro che non si tratta dell’eliminazione della morte biologica, ma di tutto ciò che è “non vita”.
Papa Francesco, nella “Spes non confundit”, afferma: “Con Gesù al di là di questa soglia c’è la vita eterna, che consiste nella comunione piena con Dio, nella contemplazione e partecipazione del suo amore infinito.”
Questa speranza certa genera come un canto che vorremmo fosse nel cuore di tutti noi: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse… rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”.
Ma è importante anche quanto poi ci ricorda la pagina del vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 25,31-46). Si tratta di una “scena di giudizio” che non mira a informarci sulla fine del mondo, ma ad insegnarci come comportarci oggi. La vita eterna, indistruttibile, è già iniziata col Battesimo! Il Signore Gesù ci ricorda che alla fine, un solo bene risulterà prezioso: l’amore. Solo l’amore, infatti, è più forte della morte!
Ora l’amore si manifesta sempre nella concretezza, come ci ricordano le sei opere di misericordia. Queste fanno parte del patrimonio biblico e religioso dell’umanità, ma Gesù vi aggiunge una novità fondamentale: si identifica con chi ha fame, sete, è senza vestiti, senza casa, malato o carcerato. Egli dice chiaramente che ogni gesto fatto a uno di questi “piccoli” è come fatto a Lui: “La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo”. E’ quanto afferma papa Leone nella sua prima esortazione apostolica “Dilexit Te”. In essa si dice a proposito del nostro testo evangelico: “La chiamata del Signore alla misericordia verso i poveri ha trovato un’espressione piena nella grande parabola del giudizio finale (cfr Mt 25,31-46), che è anche un’illustrazione plastica della beatitudine dei misericordiosi. Lì il Signore ci ha offerto la chiave per raggiungere la nostra pienezza, perché «se cerchiamo quella santità che è gradita agli occhi di Dio, in questo testo troviamo proprio una regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». [16] Le parole forti e chiare del Vangelo dovrebbero essere vissute «senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze». [17] (n. 28)
Tutto questo non è scontato, infatti in altro passo aggiunge: “Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana”.
Infine ricorda l’importanza dei gesti: “L’amore e le convinzioni più profonde vanno alimentate, e lo si fa con gesti. Rimanere nel mondo delle idee e delle discussioni, senza gesti personali, frequenti e sentiti, sarà la rovina dei nostri sogni più preziosi. Per questa semplice ragione come cristiani non rinunciamo all’elemosina. Un gesto che si può fare in diverse maniere, e che possiamo tentare di fare nel modo più efficace, ma dobbiamo farlo. E sempre sarà meglio fare qualcosa che non fare niente. In ogni caso ci toccherà il cuore. Non sarà la soluzione alla povertà nel mondo, che va cercata con intelligenza, tenacia, impegno sociale. Ma noi abbiamo bisogno di esercitarci nell’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri (n. 119).
Facciamo risuonare, in questa settimana, nella mente e nel cuore, quanto il Signore dice anche a noi, a ciascuno di noi: «Ti ho amato» (Ap 3,9). Sì, ci ha amati. Da sempre, per sempre. Ci ha amati perché siamo suoi figli, come ci ha ricordato l’apostolo. E’ quest’amore che ci permette di stare accanto ai poveri, agli ultimi, a chi abita le periferie del cuore, quelli che un giorno ci apriranno le porte del paradiso. Impariamo da santi – il papa nella Dilexit te ricorda tanti santi della carità – ma anche i santi che troviamo tra i nostri cari. Guardiamo a loro perché come ricorda il tema di questo convegno: la speranza è vedere qualcuno che spera!