Le terribili guerre di questi giorni ci costringono a riflettere sulle scelte dei potenti, ma anche su quelle dei soldati. La figura del soldato, d’altronde, attraversa tutto il racconto della Passione: sono loro ad avere Gesù tra le mani, a spogliarlo, a umiliarlo con la corona di spine. Lo colpiscono, lo crocifiggono e poi si spartiscono i suoi vestiti. Matteo scrive una frase cruda: “Poi, seduti, gli facevano la guardia”.
Sembra di rivedere il “Servo del Signore” descritto da Isaia, che offre la schiena a chi lo colpisce e non distoglie lo sguardo dagli insulti. Di fronte a tutto questo, Gesù non risponde con la violenza. Pensando a lui, mi è tornata in mente la lezione di Don Lorenzo Milani sull’obiezione di coscienza. Forse, come cristiani, dovremmo chiederci se non sia il caso di educare le persone — specialmente i più giovani — a rifiutare ogni forma di violenza.
Con chi combatterebbero i “grandi” della Terra se ogni soldato si rifiutasse di sparare a chi gli viene indicato come nemico, ma che in realtà è solo un fratello mandato a morire dai mercanti della morte?
Il problema è che quei soldati del Vangelo ci somigliano. Anche noi, in modi diversi, spesso “facciamo fuori” Dio: lo ignoriamo, lo deridiamo, lo mettiamo da parte. E poi, quando arriva la Pasqua, ci sediamo sotto la croce a fare la guardia, quasi per abitudine.
Ma la Pasqua non è la rievocazione storica di uno spettacolo a cui assistere passivamente, come a volte succede durante le processioni del Venerdì Santo. Non possiamo restare spettatori della morte; siamo chiamati a essere protagonisti della risurrezione. Pasqua è il passaggio di Gesù non per le strade di una Gerusalemme antica, ma tra i sentieri della nostra vita oggi, per rimetterci in cammino e permetterci di “vivere da vivi” (come diceva Dario Reda).
Non viviamo questa festa come i soldati di allora. I capi religiosi chiesero a Pilato di sigillare il sepolcro e lui rispose: “Avete le guardie, sorvegliatelo come meglio credete“. Così misero i sigilli e si sedettero davanti alla tomba. Ma la domenica mattina un terremoto ha cambiato tutto. Matteo racconta che le guardie, per lo spavento, rimasero scosse e “come morte“.
Forse anche noi abbiamo bisogno di una “scossa” per smettere di stare seduti. Non lasciamoci corrompere dalle bugie di chi, per convenienza, preferisce dire che nulla è cambiato. Invece di restare a fare i guardiani di un sepolcro, mettiamoci in cammino.
Questa è la Pasqua: smettere di sopravvivere e iniziare a “vivere da vivi”.