“Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.”
In questa ultima domenica dell’anno liturgico, sentiamo stasera, come rivolto anche alla nostra comunità, l’invito di San Paolo a fare spazio alla gioia e a ringraziare il Padre, perché ci ha resi partecipi della sua vita. In particolare, desideriamo rendere grazie per te e con te, carissimo Giovanni, oggi chiamato a vivere, non solo il sacerdozio comune dei fedeli (grazie al sacramento del Battesimo), ma anche quello ministeriale, per il sacramento dell’Ordine, che ti mette a servizio di tutto il Popolo di Dio: da oggi diventa la tua grande famiglia.
Quanto è grande l’amore di Dio verso i suoi figli! È senza misura il suo amore verso ciascuno di noi. Ce lo hai raccontato più volte, carissimo Giovanni: è questo amore immeritato del Signore, che hai sperimentato nel corso della tua giovane vita, che ti ha spinto a dire il tuo ‘sì’, ad accogliere una vocazione che certamente non avevi messo in conto. È un amore che libera dalla paura più grande, quella che a volte ci paralizza, la paura della morte, di qualsiasi morte. Scrive infatti l’Apostolo che il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto.”
È un amore concreto: ha il volto del Figlio, il Cristo, colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e creato ogni essere umano, in maniera unica e irripetibile. Sì, ognuno di noi è stato pensato, sognato, voluto a immagine e somiglianza di Gesù, l’Uomo Nuovo! Non solo, ma siamo stati chiamati a vivere insieme, per essere il Popolo di Dio, per essere la Chiesa, per essere membra del suo corpo e così conoscere la riconciliazione e la pace. È quest’amore, donato anche oggi per mezzo dello Spirito, che ci rende vivi e capaci di costruire il Regno di Dio. Ma quanto è difficile riconoscere ed accogliere questo amore!
La Regalità che Passa per la Croce
“Il popolo stava a vedere” scrive l’evangelista Luca. Davanti agli occhi della gente c’è lo spettacolo della croce. È davvero strano l’amore di Dio! Passa per il legno che procura la morte. Carissimo Giovanni, sei stato ordinato prete e celebri la tua prima messa nella festa di Cristo Re dell’universo. I re fanno pensare alle favole ascoltate da bambini o, fatta qualche eccezione, a persone dal sangue blu che esercitano un potere opprimente verso i sudditi e vivono in una esagerata agiatezza. Ma la regalità di Cristo ci è raccontata dal Vangelo della Passione. Gesù è un re crocifisso e, per di più, ha tutti contro: i capi del popolo, i soldati, addirittura uno dei malfattori. Lo deridono e lo insultano. Gli dicono di salvare sé stesso se è il Messia. Gesù però non è venuto a salvare sé stesso, ma noi.
La mentalità del mondo è lontana da questa logica, e tu sai, caro Giovanni, che devi mettere in conto la derisione, il disprezzo, a volte anche la persecuzione. Forse anche tu ti sarai sentito ripetere: “Pensa a te stesso”, “Chi te lo fa fare?”. Non scoraggiarti: lo hanno fatto anche con Gesù! Oggi la Chiesa ricorda a tutti, e in special modo a te, che non si vive per sé stessi, ma per donare la propria vita, a chiunque la Provvidenza pone sul nostro cammino.
Non risparmiarti mai, Giovanni, sii sempre il prete di tutti e per tutti, disposto a dare la vita, in modo particolare per chi è povero, piccolo e solo.
Fiducia e Prossimità
Racconta il libro di Samuele che le tribù d’Israele vanno dal re Davide a Ebron e gli dicono: “Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne.” Davide era il più giovane dei figli di Iesse, fulvo e di bell’aspetto, non aveva familiarità con le armi, il meno adatto per essere un re.
Forse, anche tu Giovanni, ti sarai chiesto se eri il più adatto per essere prete. Ma Dio, dice al profeta, non guarda all’esteriorità, non guarda all’apparenza: vede il cuore. Ed allora fidati del Signore e non avere paura quando ti diranno “noi siamo tue ossa e tua carne”. Molti ti cercheranno. Non preoccuparti di cosa dirai o di cosa farai. Lasciati guidare dal Signore come ha fatto Davide, a cui sono bastati solo cinque ciottoli per sconfiggere il nemico.
Carissimi, l’espressione degli anziani d’Israele verso Davide, dice qualcosa di importante anche a noi, alla comunità cristiana: è necessaria la vicinanza ai propri preti, l’essere in comunione con i presbiteri, formare l’unico corpo di Cristo che è la Chiesa. Sì, ogni prete è chiamato a non vivere per sé stesso, ma ha bisogno non di un popolo che sta a vedere, magari pronto a giudicare e condannare al primo passo falso, ma di una grande famiglia che si fa amare e che ama, che non allontana ma abbraccia, che non si chiude ma accoglie.
Il Segreto della Preghiera e il Paradiso Iniziato
Carissimo Giovanni, non vivere per sé stessi, ma donare tutta la vita per il Signore, perdendola per i fratelli e le sorelle che incontriamo, non è cosa facile. Nel racconto evangelico c’è una persona che potrebbe essere considerata la più lontana da Dio, un crocifisso insieme a Gesù, uno che ne avrà combinate di tutti i colori, che non impreca, ma prega: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.” Forse ognuno di noi a volte si è sentito lontano da Dio, affascinato dagli idoli, identificato con i propri errori. Forse anche tu, Giovanni, a volte ti sarai sentito come il ‘buon ladrone’. Ma il Vangelo oggi ci consegna un segreto: la forza della preghiera. Una preghiera semplice che scaturisce dal cuore di un peccatore. E il Signore, che va sempre al di là delle aspettative, dei desideri e delle speranze, concede molto di più, garantendo che, nello stesso giorno, sarà con Lui in Paradiso.
Carissimo Giovanni, è proprio nella preghiera che si trova la forza per incarnare le proposte, spesso umanamente impossibili, che vengono dal Signore. Poni spesso, sulle labbra e nel cuore, questa semplice invocazione: “Gesù, ricordati di me!” Non verrà meno la sua grazia! Cristo assicura anche a noi, assicura anche a te: “Oggi sarai con me nel paradiso.” Ecco ciò che conta: stare con Gesù, sapendo che il Paradiso è già cominciato con il Battesimo, quando siamo già morti e risorti con Cristo e avrà la sua pienezza nella vita che verrà!
Annunciare il Perdono e Abbracciare i Poveri
Nei versetti che seguono al Vangelo appena ascoltato, si dice che sotto la croce c’era un centurione che, visto l’accaduto, “dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto»”. La croce non è un fallimento, ma il trionfo dell’amore, che fa passare dalla morte alla vita. Questo amore smisurato è espresso nelle ultime parole di Gesù: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.”
Carissimo Giovanni, hai riscoperto la fede nel cammino neocatecumenale e ti sei preparato a diventare prete nel Seminario di Macerata in vista della missione. La nostra comunità ti augura di spendere tutta la tua vita per evangelizzare, per annunciare che il Crocifisso Risorto è l’unica salvezza dell’uomo, che in Lui siamo amati così come siamo e possiamo risorgere da ogni morte. Annuncia la croce gloriosa di Cristo, annuncia con gioia grande l’amore grande di Dio per ciascuno dei suoi figli, ed evitando ogni giudizio e pregiudizio, annuncia che il Signore tutti dolcemente perdona.
È il perdono, infatti, l’amore fino ai nemici, che fa rinascere, fa risorgere! Non dimenticare però che l’annuncio passa, più che per le parole, per la prossimità.
Ci hai raccontato come la missione nella Terra di Gesù, dove hai accolto tanti pellegrini, ti ha insegnato l’importanza del servizio; di come, nel tempo trascorso in Papua Nuova Guinea, hai conosciuto la povertà e scoperto di essere povero. In realtà siamo tutti poveri, abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ed allora non dimenticarti dei poveri! Ha detto dato Papa Leone: “i poveri non sono un diversivo per la Chiesa, bensì i fratelli più amati… Dio ha assunto la loro povertà per renderci ricchi attraverso le loro voci, le loro storie, i loro volti” (Messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri 2025) e nell’esortazione Dilexi Re scrive: “Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico” (n. 15).
Carissimo don Giovanni, riversa il tuo amore in modo particolare sugli ultimi della fila, su chi sistematicamente rimane indietro, su chi viene scartato e messo ai margini, ed educa la comunità, che ti viene affidata, ad aver cura di loro. Non aver paura di abbracciare, consolare, rialzare chi è umanamente inamabile: in loro incontrerai, in carne ed ossa, il Cristo che ascolti e annunci nella Parola ed accogli nei Sacramenti.
La nostra comunità di San Filippo Neri, mentre ringrazia il Signore per la tua presenza tra di noi, ti sarà vicino con la preghiera e con l’affetto. Ti affidiamo alla Vergine Maria, la donna del ‘sì’, la discepola che ascolta e che annuncia, la madre che serve i suoi figli, l’àncora della nostra speranza! Ti accompagni e ti protegga sempre e, come l’immagine che veneriamo nella nostra Chiesa, ti aiuti a porgere Cristo perché questo nostro mondo mai disperi! Amen.